Il sole che unisce Arco – S.Paolo – la Placconata


Dopo aver parcheggiato presso il cortile della Lanterna sotto la parete di S.Paolo ci siamo diretti lungo il sentiero che affianca la parete in direzione sud. Superati gli attacchi delle vie Elda e Lethy, abbiamo proseguito ed abbiamo raggiunto la base delle vie situate all’estrema sinistra della Placconata. Lo zoccolo è molto alto rispetto ai terrenmi sottostanti e quindi dobbiamo camminare con attenzione. Oltrepassiamo la scritta “il sole che solleva” e dopo pochi metri ci ritroviamo davanti alla nostra via di oggi.Scritta rigorosamente in azzurro con spit ad anello.

Secondo tiro

Il mio compagno aveva attaccato questa via già qualche tempo fa ma per qualche motivo si era fermato al primo fix. La sua idea di ritornare su questa via era anche per continuare qualcosa che era rimasto in sospeso.

Già guardando in alto si vedono i cordini che penzolano nel vuoto sullo strapiombo sopra di noi e danno l’idea di quanto sarà faticoso il superamento di questo tetto.

La roccia alla partenza è veramente molto bella, a gocce e ruvida e prima di inarcarci sullo strapiombo( fix con cordino), vi sono due cordoni a protezione. Ci provo a passare in libera ma come al solito il primo tiro ha bisogno di riscaldamento  e mi ritrovo appeso a guardare il prossimo cordino più in alto e anche un paio di metri più a destra.

Per arrivare ci sono delle prese abbastanza buone, e si è sempre nel vuoto. Continuo un po’ a destra ma il passo successivo impone  di alzarsi in verticale (fix un po’ distanziato)e dopo un paio di tentativi di agganciare il rinvio mi riposo ancora all’ancoraggio.

Un anello di cordino mi facilita il moschettonaggio, i movimenti successivi fino alla sosta poi sono  agevolati anche da un cordino azzurro messo da poco e così supero la breve placca soprastante fino alla sosta(VI+ e A1).

Poco a destra passa la via “il sole che solleva”. Il tiro successivo, dopo aver superato il bordo della placca più articolato e facile, continua sulla stessa, da qui in poi è l’aderenza che prende il sopravvento. La concentrazione aumenta per meglio posizionare  i piedi, le mani cercano nelle rugosità della roccia le asperità più marcate per poter progredire, seguendo le rigole che prima verticali e poi a zigzag solcano la placca.

Ogni tanto nella superficie si incavano delle fessure che inserendo le dita, attenuano lo sforzo per rimanere in equilibrio. Quando vedo un chiodo piantato in qualche fessura esigua, penso alla fortuna dei primi salitori ad averla trovata (VI-). Anche il terzo tiro prosegue con lo stesso andamento.

Con il caldo le scarpette sono più affidabili in tenuta d’aderenza perché la gomma è più morbida e premere l’avanpiede nelle rigole si avverte la maggior tenuta.

Terzo tiro


Tratti di alta aderenza si  alternano ad altri in cui la placca è letteralmente bucata e la roccia crea delle clessidre dalle quali fuoriescono cordoni provvidenziali. I fix sono stati posizionati nei tratti dove non c’erano possibilità alternative. Il terzo tiro è molto lungo, 40 metri e le difficoltà sono finite (VII oVI/A0).

Il tiro successivo è una formalità, la placca si presenta con molti buchi e l’albero terminale è presto raggiunto, (IV+). Il mio compagno va direttamente a sostare all’ancoraggio della discesa in doppia, una decina di metri a destra.


Quarto e ultimo tiro

Con due doppie con corde da 60 m.siamo giù. Il mio compagno oggi è baldanzoso, e mi convince a proseguire con la via “il sole che struttura” più a sinistra di quella appena fatta. Non la saliamo tutta ne saliamo solo quattro tiri,per spostarci infine a destra sulla sosta della via fatta precedentemente e successivamente alle calate.

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